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Corriere della Sera
- 25 aprile 1977
MIRACOLO CHE
RITARDA
di ITALO CALVINO
Brutto 25 aprile, questo del '77. Non abbiamo da
rallegrarci molto, se ci guardiamo oggi con gli occhi di
quel giorno di trentadue anni fa. Un discorso di
celebrazione consolatoria non credo che abbia voglia di
farlo nessuno. E prediche e geremiadi lasciano il tempo
che trovano. Eppure mai come oggi, si direbbe, si è
sentita nel Paese una maturazione politica così estesa,
una somma di preoccupazioni così condivise, una
responsabilità con fondamenta così solide. Ma
constatarlo è una nuova amarezza, perché ci mostra
subito come tutto questo serva a poco, di fronte al
circolo infernale delle irresponsabilità:
l'irresponsabilità come metodo di governo, che lascia
incancrenirsi i problemi, l'irresponsabilità come metodo
di lotta che può attecchire solo nel terreno condizionato
dalla prima.
Certo, basterebbe un segno di cambiamento di clima e
molte delle difficoltà sarebbero superate, uno slancio
sul piano delle intenzioni smuoverebbe già molti ostacoli
che sembrano insormontabili, e si ridarebbe attualità a
quello che il 25 aprile significa: il concorso di forze
politiche molto diverse, che ha permesso di dare a un
Paese prostrato e semidistrutto, dopo vent'anni di vita
politica irregimentata, dopo venti mesi di occupazione
tedesca, una sua fisionomia morale e civile che gli ha
fatto superare l'occupazione alleata e riprendere il suo
posto come nazione. Un assetto che ha continuato a reggere
e funzionare, caso unico, si può dire, tra i Paesi che
hanno fatto da campo di battaglia durante la seconda
guerra mondiale, e che tutti subirono lacerazioni più
gravi delle nostre, nel territorio o nel succedersi di
regimi diversi durante questo trentennio.
D'ogni intesa politica, temporanea o duratura che sia,
quello che conta è il clima, cioè le energie morali che
mette in moto. Dalla gravità della situazione economica e
politica attuale può (o dobbiamo già dire: poteva?)
rinascere un miracolo che è ben congeniale al
temperamento italiano. Ma già la tecnica dei
temporeggiamenti e dei passi indietro e delle riserve che
è nella prassi del partito che ci governa sembra fatta
apposta per togliere ai fatti ogni carica, per attutire
ogni rilievo: cosicché anche se qualcosa di nuovo avverrà,
imposto dalle circostanze, sarà sempre già in arretrato
rispetto ai tempi e si farà in modo che significhi il
meno possibile.
Un rinnovato patto costituzionale ha senso se nasce con
una spinta tale da ridare a vastissimi strati della
popolazione il senso di contare sull'assetto del Paese, di
essere loro che danno un volto al Paese, con le loro
scelte, i loro sacrifici, le loro soddisfazioni. Così il
25 aprile, con quello che lo ha preceduto e quello che lo
ha seguito, ha dato questo senso alla Repubblica e alla
Costituzione. È a questo
respiro storico che dobbiamo confrontarci: il momento non
è da meno e per respiro storico intendo non la presenza
di grandi personaggi ma un'attiva partecipazione popolare.
Giorni fa abbiamo visto
sul video immagini e personaggi della liberazione di
Milano. Molti momenti ci hanno appassionato, ma non
dimentichiamo che la Liberazione è stato un avvenimento
sconvolgente nella vita della gente comune; se le vicende
dei protagonisti ci emozionano è perché esse riflettono
ore decisive nelle vite di tutti. La Storia che la esse
maiuscola che il video ha rievocato rappresentava qualcosa
che in piccolo si svolgeva in ogni quartiere e villaggio.
Siamo in un momento di sospensione che può essere molto
propizio o disastroso. Siamo un po' tutti col fiato
sospeso.
Io non sono uno che ha mai
amato le commemorazioni. Eppure l'altro ieri ero
particolarmente contento di trovarmi in un paesino di
montagna dove si metteva una lapide per due partigiani
caduti che non l'avevano ancora avuta. Era una cerimonia
senza musica né bandiere, pochi compagni quasi tutti
dello stesso reparto, che si erano dati la voce; uno che
ora insegna in un istituto tecnico aveva portato la sua
classe. Le cose vere erano ancora tutte lì: il pudore
della retorica, che caratterizza i veri partigiani; il
senso di come è difficile far capire agli altri
l'importanza di quella esperienza per noi e per tutti,
senza apparire noiosi; e poi, dato che i morti che
ricordavamo erano ragazzi pieni di allegria, le storie che
ci veniva da ricordare di quei tempi terribili e
sanguinosi erano piene di allegria anche quelle.
C'è una faccia
dell'Italia migliore, che non fa tanto parlare di sé ma
che continua a fare sempre qualcosa di serio per gli altri
con disinteresse e passione. Mi capita di incontrarla
quando mi ritrovo in ambienti legati alla Resistenza, ma
con questo non voglio affatto dire che tutti gli ex
resistenti siano così, né che siano così solo loro: ci
mancherebbe altro. Voglio solo dire che un'Italia così
esiste e che può contare molto. O anche che può non
contare niente, a seconda dei casi.
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