Avvocato, e laureato anche in lettere e filosofia, non disdegnò, divenuto fervente fascista, di trasformarsi in un "ras" piemontese con tutte le normali connessioni con lo squadrismo e la violenza, l'attacco terroristico e le distruzioni delle sedi di associazioni e partiti avversari. Appartenne sempre all'ala più conservatrice, reazionaria e monarchica; tutta la sua carriera politica e amministrativa venne considerata fallimentare nonostante gli fossero stati assicurati incarichi di alto prestigio. Dopo la laurea in giurisprudenza ottenuta nel 1906, aprì con successo uno studio legale a Torino, città nella quale ebbe anche funzioni in istituzioni culturali. Non appartenne al confuso e vociante movimento per l'entrata in guerra dell'Italia, tuttavia partecipò a tutta la guerra '15-18 e fu smobilitato con il grado di capitano.
Inizia ora per De Vecchi il percorso comune a molti ex-combattenti della prima guerra mondiale: l'incontro col primo fascismo, i "fasci di combattimento" e i primi incarichi politici. Così nel 1921 ottenne un seggio in parlamento per il collegio di Torino aderendo al gruppo parlamentare fascista di cui venne nominato vicesegretario con Mussolini segretario. Erano anni in cui la violenza fascista, le squadre terroristiche, le "spedizioni punitive" si moltiplicavano in previsione dell'atto finale, l'assalto al governo operato con estese complicità e mascherato con trattative spurie . De Vecchi assurse al compito più alto tra le cariche fasciste, quello di preparare la "marcia su Roma" insieme a Italo Balbo, Michele Bianchi ed Emilio De Bono, costituendo il quadrumvirato, dentro il quale rappresentava l'ala più a destra e monarchica del fascismo.
Il primo incarico ministeriale fu quello di sottosegretario all'assistenza militare e alle pensioni e successivamente al ministero del Tesoro, sempre come sottosegretario. Ma ebbe insieme, nel partito, il comando in seconda della milizia fascista sotto Italo Balbo.
Il 21 maggio 1923, per cinque anni, venne destinato al governatorato della Somalia italiana, una di quelle cariche nominalmente prestigiose, ma che tendevano sotto Mussolini a estraniare di fatto certi personaggi dalla vita politica nazionale, come avvenne anche per Italo Balbo. In Somalia dovette usare la forza per riportare il territorio sotto il controllo coloniale italiano e annesse in questa occasione anche i due sultanati di Obbia e Migiurtinia togliendo loro qualsiasi autonomia. Forse fu l'impresa somala a consentirgli nel 1925 la nomina a senatore e probabilmente anche a ottenere il titolo di conte di Val Cismon in ricordo di una missione compiuta durante la prima guerra mondiale.
Nel 1928 altro passo avanti, ministro di stato, e un anno dopo, in seguito alla firma del Concordato, designato ambasciatore presso il Vaticano. Cessato il compito diplomatico, fu per qualche mese ministro della Pubblica Istruzione (gennaio 1935-novembre 1936) per poi ottenere solo incarichi di nomina governativa in istituzioni culturali, fin quando ebbe il governatorato dell'Egeo che Mussolini gli affidò sbrigativamente per risolvere i molti rissosi contenziosi che De Vecchi aveva aperto nei confronti di altri gerarchi o generali che dalle risse non rifuggivano.
Anche nel Dodecaneso come in Somalia dimostrò la sua natura brutale, mentre sul territorio metropolitano prendeva sempre più piede tra i fascisti la voglia di alleanza con la Germania cui sarebbe poi seguito il conflitto mondiale. La posizione di De Vecchi fu per la guerra immediata e Galeazzo Ciano, nel suo Diario 1939-43, sotto la data 6 marzo 1940, descrive così il personaggio:
Per la prima volta ho trovato uno che vuole fare subito la guerra con i Tedeschi contro la Francia e Inghilterra. Questi è nientedimeno che l'intrepido Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon! Gli americani dicono che ogni minuto nasce un imbecille: basta trovarlo. Questa volta l'ho trovato. È soprattutto un vanesio che sogna maresciallati e collari e spera conquistarli col sangue degli altri.
Ciano, non immune da colpe e difetti ma che conosceva bene la stoffa dei suoi colleghi di avventura, dopo qualche tentennamento, diventerà egli stesso fautore della guerra e dell'attacco alla Grecia come lo fu insistentemente De Vecchi. Il quale ottenne che fosse silurata una nave greca persino prima della dichiarazione di guerra.
Nel 1940, rientrato dal Dodecaneso all'ex quadrumviro non venne più affidato nessun incarico; egli rimase semplicemente membro del Gran Consiglio del fascismo e il 25 luglio 1943 votò contro Mussolini e a favore dell'ordine del giorno di Dino Grandi. Mentre i gerarchi dopo l'arresto di Mussolini il 25 luglio si nascondevano nell'ambasciata tedesca e volavano a raggiungere la Germania nazista, De Vecchi, come generale di divisione, per una di quelle tante decisioni di Pietro Badoglio, capo del nuovo governo, tese a salvare una parte della gerarchia fascista inserendola nell'esercito, assunse il comando della 215a divisione costiera. Alla ricostituzione fascista dopo l'8 settembre, apertasi la stagione del regolamento di conti, della vendetta sanguinaria, della faida senza regole, De Vecchi fu condannato a morte nel processo di Verona, ma essendo latitante sfuggì alla fucilazione. Infatti, attraverso la trafila delle organizzazioni cattoliche, fu dapprima ospitato in un convento dei salesiani e successivamente, ottenuto un passaporto paraguayano, si rifugiò in Argentina.
Tornato in Italia dopo un paio d'anni di lontananza, fu condannato a cinque anni di carcere avendogli attribuito la corresponsabilità della "marcia su Roma", ma con una lunga serie di attenuanti specifiche e generiche applicate generosamente nei confronti dei grossi gerarchi fascisti dalla magistratura, venne in sostanza purificato. L'epitaffio, autoassolutorio e di un incommensurabile cinismo, lo pronunciò Mussolini in una conversazione che Galeazzo Ciano riporta nel suo Diario alla data del 12 giugno 1939:
Il Duce parla di De Vecchi e dice che sono diciotto anni che si porta sulle spalle il peso di un così ingombrante individuo. "Il 28 Ottobre del 1922 era già pronto a tradire e a sistemarsi in una combinazione ministeriale di concentrazione". Dopo questa premessa, rievoca una dopo l'altra le gaffes commesse in ogni posto. Cominciò a suscitare l'ira di Dio minacciando di togliere la pensione ai mutilati di guerra [...] poi in Africa si diede ad occupare con la forza territori che erano già nostri e compiè crudeli quanto inutili stragi. In conclusione lo giudica un "intrepido buffone" ma vuol tenerlo buono e gli dà tutto quel che chiede. Ne ha nominati baroni i due generali – e ci ride sopra – e finirà per dargli l'alto grado militare cui aspira.
Anche questo è fascismo. De Vecchi morì in una clinica di Roma nel 1959.
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