Le guerre coloniali del fascismo - I Lager

Le condizioni di vita nei campi di concentramento diventano subito precarie per la mancanza di cibo e di risorse; uomini e animali sono costretti a vivere gli uni accanto agli altri in spazi ristretti.
Dalle testimonianza di due sopravissuti: "Ci davano poco da mangiare. Dovevamo cercare di sopravvivere con un pugno di riso o di farina e spesso eravamo troppo stanchi per lavorare" (testimonianza di Reth Belgassem);
"Ricordo la miseria e le botte. Ogni giorno qualcuno si prendeva la sua razione di botte. E per mangiare ricordo solo un pezzo di pane duro del peso di centocinquanta o al massimo duecento grammi, che doveva bastare per tutto il giorno" (testimonianza di Mohammed Bechir Seium).

Le condizioni sanitarie sono altrettanto drammatiche. A Soluch per esempio, per ventimila internati, c'è un solo medico, che deve occuparsi anche dei tredicimila reclusi del campo di Sidi Ahmed el Magrun. Scoppiano le epidemie di tifo a cui non si riesce a far fronte efficacemente per l'assoluta mancanza di medicinali, medici e strumenti basilari, come le semplici pentole per sterilizzare le vesti e le vettovaglie. I reclusi di Soluch scendono in poco più di un anno da 20.123 a 15.830, quelli di Sidi Ahmed el Magrun da 13.050 a 10.197. Tra il 1930 e il 1931 muore il 90-95% del bestiame.
La popolazione del Gebel, una volta rinchiusa nei campi, diviene un facile serbatoio di manodopera a basso costo (il salario è di tre volte inferiore di quello degli italiani) da utilizzare nelle opere pubbliche, soprattutto stradali.