Nato a Pisa il 17 agosto 1895, fucilato a Milano il 10 luglio 1945
Un contemporaneo ha scritto che Guido Buffarini Guidi era "tattico senza uguali, un vero Fouché con una sfumatura di Talleyrand. Conosceva gli uomini e l'arte di trattare con essi e [...] sapeva come manovrare per tenersi a galla". Fino ai giorni del crollo generale del fascismo, nell'aprile del 1945.
Aveva partecipato alla guerra del 1915-18 trascorrendo i quattro anni al fronte, raggiungendo il grado di capitano e venendo insignito di tre croci al merito. Nonostante le fine delle ostilità, rimase sotto le armi fino al 1923 studiando nel frattempo all'Università di Pisa e laureandosi in legge nel 1920. Iscrittosi al partito fascista, riuscì presto a distinguersi per la violenza squadristica condotta contro avversari e sedi delle organizzazioni popolari, componendo, insieme a Renato Ricci e Alessandro Pavolini, quel "granducato di Toscana" che manterrà integra la sua fama di brutalità fino alla fine della Repubblica sociale fascista. Pur esercitando in quel periodo la sua attività di legale in parallelo a quella politica, sono le imprese dell'illegalità fascista quelle che gli permettono di essere designato a segretario federale del suo partito e a podestà di Pisa.
Un passo successivo lo porta al Parlamento ormai fascistizzato e, nel 1933, ad essere nominato sottosegretario agli Interni essendosi Mussolini mantenuto ad interim la titolarità del ministero e questo gli permetterà di essere in realtà il vero ministro di fatto. Questa carica manterrà fino alla vigilia della caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, perché nel febbraio di quell'anno un sommovimento tellurico portò al cambiamento di numerosi ministri. Si sono fatte ipotesi in merito al siluramento di Buffarini Guidi che era forse diventato troppo potente per la sua facoltà di intervenire nelle vicende degli enti locali, di nominare prefetti che contrastassero l'influenza del segretario del partito. Qualcuno lo aveva definito lo "scaltro briccone" e altri sostennero che Mussolini lo riteneva "talmente bugiardo che non si osa credere la più piccola percentuale di quello che riferisce". In effetti, in quel clima permanente di notti dei "lunghi coltelli" nei quali si mossero sempre le gerarchie fasciste, Buffarini aveva offerto più motivi di "mormorazioni" se non di accuse: il suo legame con la famiglia di Claretta Petacci, amante di Mussolini, alla quale avrebbe versato dai fondi segreti del ministero o 100 o 200 mila lire, un'enormità per quei tempi, per "opere di beneficenza".
Certamente quello che più può aver suscitato la rabbia dei peggiori razzisti dopo le leggi razziali del 1938 è che, pur avendo istituito Buffarini Guidi nel suo ministero una direzione per le questioni della razza, egli si desse a lucrare sui beni degli ebrei costretti da quelle leggi a disfarsi per pochi soldi delle loro fortune. Galeazzo Giano, ministro degli Esteri nonché genero del "duce", riferisce nel suo diario che il capo della polizia gli aveva riferito "che Buffarini è un ipocrita e un ladro perché prende soldi per le arianizzazioni degli ebrei e ne prendeva da Bocchini [ex capo della polizia, n.d.r.]."
Per quanto non avesse più incarichi né istituzionali né di partito, l'ex sottosegretario di Mussolini mantenne uno stretto legame con i rappresentanti nazisti in Italia. Tanto che dopo la seduta del "gran consiglio del fascismo", la riunione fatale per Mussolini, per la sua intensa frequentazione dell'ambasciata tedesca, verrà soprannominato dai suoi stessi camerati, "consulente ufficioso" dei diplomatici tedeschi.
Alla seduta del 25 luglio Buffarini venne invitato in quanto appartenente alla categoria di quei fascisti che avevano "ben meritato della Nazione e della causa della Rivoluzione", ovviamente nominati da Mussolini. Nel corso della discussione dell'ordine del giorno di sfiducia al "duce", Buffarini non prese la parola, ma, dicono le cronache, continuò a parlottare con Giuseppe Bottai (ex ministro della Pubblica Istruzione) esprimendo "commenti ironici e sprezzanti sulla grossolana imperizia militare del duce", come scrive un cronista coevo. Inquieto e incerto sul suo futuro, preferì rifugiarsi nell'ambasciata tedesca, dove trovò molti altri suoi colleghi, per poi essere trasferito in Germania.
Nata la Rsi, il ministero degli Interni venne affidato a lui, candidato dei tedeschi di cui rimase sempre fedelissimo amico. In quel posto si comportò come tutti gli altri gerarchi tra complotti, tranelli, congiure e macchinazioni. Si schierò, insieme agli altri del "granducato", contro Rodolfo Graziani, capo delle forze armate, per impedirgli la formazione di un esercito "apolitico", per poter impunemente organizzare polizie fasciste o gruppi di torturatori come la banda Koch o come la legione Muti o la guardia repubblicana o le brigate nere, una miriade di gruppi che torturava o uccideva senza pietà. Si fanno risalire direttamente a lui ordini di fucilazione di partigiani, in particolare a Milano all'Arena.
Ma nel febbraio 1945, come una replica della vicenda personale del febbraio di due anni prima, venne esonerato dall'incarico di ministro dell'Interno tra le proteste dei protettori nazisti.
Quando si consuma precipitosamente la fine del fascismo repubblicano e i gerarchi cominciano ad esplorare le vie di fuga, egli sostiene la necessità di cercare rifugio in Svizzera. Nella fase di avvicinamento alla frontiera egli viene però arrestato, rilasciato e di nuovo imprigionato, finché trasferito a Milano, verrà giudicato da una Corte d'Assise straordinaria, condannato a morte e fucilato a San Vittore dopo aver inutilmente cercato di uccidersi col veleno.
Confiscati e deconfiscati i suoi beni, il ministero della Difesa riconobbe agli eredi una pensione da colonnello d'artiglieria.
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