ANPI Associazione Nazionale Partigiani d'Italia
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I Fasci italiani di combattimento

È in Val Padana e in Puglia che la lotta contadina è più accesa, favorendo l’alleanza dei proprietari terrieri con i Fasci di combattimento. Prende così forma lo Squadrismo, ovvero azioni punitive di gruppi di fascisti contro Camere del Lavoro, Case del popolo, sedi di partiti e di cooperative, singole persone. Tali azioni sono spesso ignorate in maniera complice dalle forze dell’ordine.
Nel 1921 il capo del governo Giovanni Giolitti (1842-1928), non ritenendo il Fascismo un fenomeno eversivo e pericoloso per la stabilità dello Stato, accetta che dei suoi candidati partecipino alle elezioni nei blocchi d’ordine a cui partecipano i liberali, vedendoli come ulteriori alleati per contenere socialisti e popolari. Cresce così l’influenza fascista e gli squadristi cominciano ad agire impuniti anche nei centri industriali, visti dalla borghesia e dal ceto politico in generale come un movimento giovanile facilmente arginabile nel momento in cui cessa la sua utilità sociale.
Nel 1922, Mussolini abbandona due premesse dei Fasci di combattimento: il repubblicanesimo e l’anticlericalismo e presenta il Fascismo come l’unica alternativa valida, sia sul piano politico che ideologico, al comunismo e denuncia il Partito Popolare per la sua apertura ai socialisti. Accanto all’azione propagandistica e politica di Mussolini continuano le azioni squadriste per mettere in ginocchio i punti di riferimento e di aggregazione delle lotte popolari.

Il 24 ottobre 1922 Mussolini raduna a Napoli migliaia di camicie nere (simbolo del movimento) ed ha luogo La Marcia su Roma. Il Presidente del Consiglio porta al re, Vittorio Emanuele III, il decreto per la proclamazione dello stato d’assedio, ma il re si rifiuta di firmarlo. Lascia così via libera ai fascisti che entrano a Roma il 28 ottobre.
Mussolini, temendo una reazione da parte del monarca, attese nascosto in un luogo sicuro le reazioni. Quando il re non firmò per reprimere la marcia, si unì ai suoi.

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