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Nato a Campi Bisenzio (Firenze) nel 1911, caduto in
combattimento sui Monti della Calvana (Firenze) il 3 gennaio
1944, sergente maggiore di Fanteria, Medaglia d'Oro al
Valor Militare alla memoria.
A Campi Bisenzio c'è ancora chi ricorda quel
funerale: quasi tutta la gente del paese scesa in strada,
il carro funebre seguito da un centinaio di partigiani
inquadrati e armati, calati dalla montagna - nonostante
i nazifascisti fossero ancora lontani dall'essere
sconfitti - per rendere onore al comandante della prima
formazione garibaldina costituitasi in Toscana dopo l'armistizio.
Da quel che era rimasto di quella banda partigiana - poco
più di una dozzina di uomini che avevano combattuto per
quattro mesi, fornendo più prova d'audacia che di
organizzazione, così come era nel carattere di Lanciotto,
ma che avevano inflitto gravi danni al nemico con
improvvisi assalti e colpi di mano - sarebbe nata la
brigata "Ballerini", che avrebbe operato sin
dopo la liberazione di Firenze. Lanciotto Ballerini e
due dei suoi uomini (altri tre rimasero feriti e altri tre
ancora risultarono dispersi), caddero la mattina del 3 gennaio del 1944. La formazione partigiana (vi si
erano aggregati due soldati russi, due soldati jugoslavi e
un capitano inglese fuggiti dalla
prigionia), era da pochi giorni accantonata in località
Case di Valibona quando, da Prato, Vaiano e Calenzano mossero
le formazioni della guardia repubblichina, del battaglione
Muti, di carabinieri e fascisti dei comuni limitrofi. I
partigiani furono attaccati al crepuscolo. La sorpresa
degli uomini di Lanciotto, che non aveva disposto
sentinelle, sarebbe stata completa, se uno dei militari
russi - se ne ricorda soltanto il nome, Mirko - non si
fosse per caso svegliato all'alba e non fosse uscito dal
casolare nel quale riposavano i partigiani. Mirko visti i
fascisti a pochi metri dalla base, svegliò Lanciotto. Il
comandante, prontamente, dette l'ordine al sardo Ventroni
di sparare con il fucile mitragliatore "Breda" salì sul tetto del casolare con
un mitragliatore e cominciò a sparare, costringendo i
fascisti ad arretrare; poi, vistosi accerchiato, decise il
tutto per tutto, per consentire, almeno ad una parte dei
suoi uomini, di sganciarsi. Ballerini, mentre gli altri
partigiani sparavano con tutte le armi a disposizione,
attaccò a colpi di bombe a mano due nidi di
mitragliatrici, neutralizzandoli. Al terzo assalto cadde,
colpito in fronte. I fascisti catturarono Vladimiro
Andrey, tenente dei genieri dell'Armata rossa che aveva un
piede ferito, e lo finirono barbaramente. Il partigiano
sardo Ventroni, addetto alla mitragliatrice
"Breda", fu bruciato vivo con il lanciafiamme. In
quello scontro, che è valso a Ballerini la massima
ricompensa al valore, i fascisti della Muti e i
repubblichini ebbero cinque morti, tra cui il comandante
del presidio di Prato, e un alto numero di feriti. |