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Nato a Modena il 29 maggio 1919,
fucilato a Roma il 7 marzo 1944, studente di Architettura,
Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria.
Due militi della PAI (Polizia Africa
Italiana), abbassarono la sponda del camion. Ne discesero
Antonio Bussi, Concetto Fioravanti, Vincenzo Gentile, Paul
Lauffer, Francesco Lipartiti, Antonio Nardi, Mario Negelli
e Augusto Pasini. Il nono condannato dovette essere
trascinato a braccia, per la fucilazione sugli spalti di
Forte Bravetta. Era Giorgio Labò, che per giorni era
stato tenuto con le mani e con i piedi strettamente legati
nella cella n° 31 del carcere romano di via Tasso.
Di
questo supplizio ebbe a scrivere Antonello
Trombadori, suo
compagno di lotta e di prigionia: "Il martirio della
legatura mani e piedi durò diciotto giorni. Le mani
strette dietro la schiena; una sull'altra; deve giacere
bocconi per evitare che il peso del suo corpo ricada in
modo insopportabile sulle mani tumefatte e gonfie per il
nodo strettissimo della corda
Le mani sono diventate
livide ed enormi per il gonfiore; il difetto di
circolazione ha provocato anche sul suo volto gonfiori e
rose di sangue. Attorno ai polsi un solco putrido
infezione,
cancrena
". Pure in queste condizioni, Labò,
tradito con altri suoi compagni da Giovanni Amidei, non
parlò durante la detenzione e seppe resistere sino alla
morte. Giorgio Labò era studente di Architettura al
Politecnico di Milano (che nel dopoguerra gli ha conferito
la laurea "ad honorem"). Interrotti gli studi
per il servizio militare, l'8 settembre del 43 era
sergente del Genio Minatori. Passò subito, con il nome di
battaglia di Lamberto, con i partigiani della zona di
Poggio Mirteto. Poi, avendo acquisito da militare
conoscenza degli esplosivi, aveva messo la sua esperienza
al servizio dei GAP romani.
Franco Calamandrei, in un
ricordo di Labò pubblicato a venticinque anni dalla
fucilazione del giovane gappista, annotava che
"ingegnandosi sui mezzi di fortuna di cui disponeva
nella piccola santabarbara clandestina di via Giulia, dai
primi rudimentali spezzoni con la miccia a fiammifero
Giorgio era arrivato, abbastanza presto, a mettere insieme
ordigni a reazione chimica di impiego agevole e di
funzionamento pressoché sicuro. E - si capisce - quel
perfezionarsi del nostro arsenale aveva contribuito a
sviluppare le possibilità offensive dei gruppi partigiani
gappisti".
Al nome di Giorgio Labò è oggi intestata
una piazza di Genova, dove il padre Mario, apprezzato
architetto, ha a lungo lavorato. Sempre a Genova , nel
1983, si è costituita la Fondazione Mario e Giorgio Labò,
dedita a studi e ricerche sugli aspetti urbanistici,
architettonici, tecnici e storico sociali della Liguria. |