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Nato a Ronciglione (Viterbo) il 12
ottobre 1896, fucilato il 24 marzo 1944 alle Fosse
Ardeatine, commerciante
I suoi, quando era ancora bambino, si
erano trasferiti a Roma e qui Mancini aveva frequentato le
elementari al Testaccio. Presto Enrico aveva dovuto
lavorare. Apprendista in una falegnameria, aveva appreso
molto bene il mestiere, specializzandosi come ebanista.
Lasciato il lavoro perché chiamato alle armi, aveva
combattuto nella prima guerra mondiale. N'era tornato
con il grado di sergente maggiore del Genio, una medaglia
di bronzo e una croce di guerra e si era messo in proprio,
aprendo una falegnameria nella zona di Porta San Paolo.
Negli anni venti, il suo rifiuto di aderire al fascismo
gli costò l'incendio del laboratorio e del negozio di
mobili, ma Mancini, nonostante i sei figli da crescere,
non si piegò. Nel 1942, si era ormai dedicato al
commercio di mobili, fu tra i primi a Roma ad aderire al
Partito d'Azione, coordinandone l'attività
clandestina tra il Testaccio, l'Ostiense e la Garbatella
e subito dopo l'8 settembre entrò nella Resistenza,
assumendo funzioni dirigenti nella Brigata Garibaldi.
Mancini si impegnò nel dare aiuto economico ai
perseguitati politici, nell'organizzare i militari
sbandati, nel mantenere i collegamenti con i partigiani
alla macchia, nel rifornire di armi e di materiale di
propaganda i gruppi della Resistenza. Un'attività
preziosissima, che fu bloccata il 7 marzo del '44,
quando i fascisti della banda Koch prelevarono Mancini nel
suo ufficio, lo portarono nella famigerata Pensione
Oltremare e di lì nella Pensione Iaccarino dove,
nonostante dodici giorni di torture, non riuscirono ad
estorcergli informazioni. Rinchiuso, il 18 marzo, nel
terzo braccio di Regina Coeli in attesa di processo, vi fu
prelevato quando i tedeschi decisero di compiere la strage
delle Fosse Ardeatine e qui fu eliminato. |