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Nato a Selve (Dalmazia) nel 1922, deceduto a Roma il 12
maggio 2002, Medaglia d'Oro al Valor Militare.
Il pomeriggio del 14 maggio del 2002, dalla Basilica di
S. Lorenzo fuori le mura, a Roma, mentre impazzava, al
solito, il traffico cittadino, si è visto uscire un
feretro, sistemato su un vecchio affusto di cannone tirato
a lucido. Sulla bara, una bandiera tricolore. Intorno: una
compagnia di bersaglieri in armi, un gruppo di militari
interforze, un drappello di carabinieri in alta uniforme e
in congedo; la scenografia solenne, insomma, che com'è
tradizione, accompagna i funerali dei decorati di Medaglia
d'oro al valor militare. Fuori della consuetudine, però
- oltre alla piccola folla di parenti e amici, di ex
partigiani con il fazzoletto tricolore al collo (c'era
anche un vecchio signore con camicia rossa e decorazioni,
che reggeva un labaro dei garibaldini) - era il
tricolore che ricopriva la bara. Non solo era sbiadito, ma
al suo centro, nel bianco non più bianco, campeggiava una
stella rossa e la scritta "Divisione Italia".
Con quella bandiera, dall'8 settembre 1943, l'allora
sottotenente dei bersaglieri Giuseppe Maras, divenuto col
tempo per i suoi uomini, "Pino il generale",
aveva, combattendo contro i tedeschi, attraversato in
lungo e in largo la Jugoslavia. Ventidue mesi di
combattimenti durissimi, come ricorda la motivazione della
Medaglia d'oro conferita a Maras il 7 settembre 1968,
sino a quando i "talianski" della Divisione
Italia, insieme all'Armata Rossa e all'Esercito
popolare jugoslavo, non avevano liberato Belgrado. Quel
giorno gli uomini di Giuseppe Maras (alla Divisione Italia
si era arrivati per gradi: prima la costituzione, subito
dopo l'armistizio, quando molti comandi si erano
sfaldati, del battaglione "Garibaldi", composto
anche dai giovanissimi carabinieri della
"Bergamo" oltre che da fanti, granatieri,
artiglieri e marinai; poi la costituzione del battaglione
"Matteotti"; quindi la fusione nella brigata
"Italia" che sarebbe diventata Divisione), in
mezzo alle macerie e alle cannonate, raggiunsero il
palazzetto dell'ambasciata italiana abbandonato dai
diplomatici e issarono, sul terrazzo, la bandiera
tricolore. Forse proprio la bandiera che Giuseppe Maras
aveva custodito per tutta la vita e che ha accompagnato il
suo funerale. |