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Nata a Piedimulera (Novara) l'11
aprile 1921, deceduta a Domodossola l'11 aprile 1994.
Era nata in una famiglia antifascista (quarta di sette
fratelli e sorelle), che si era trovata in particolari
difficoltà allorché il padre, nel 1930, aveva perso il
lavoro perché non voleva iscriversi al Fascio. Elsa poté
frequentare soltanto la quarta elementare e, a otto anni,
fu messa "a servizio". Ragazzina irrequieta,
aveva solo 14 anni quando, con il fratello Renato, si
allontanò di casa e se ne andò in Valsesia. Poi si
trasferì ad Ortisei e si mise a lavorare in un
laboratorio artigiano di pittura su legno. Elsa non
nascondeva le sue idee e fu così che fu presa di mira
dalla polizia, tanto che ritenne più conveniente
andarsene in un centro più grande. A Bolzano riuscì a
farsi assumere all'Anagrafe del Comune, dove rimase fin
dopo l'armistizio. Fu quello il momento dell'impegno
totale nella Resistenza. Elsa partecipò alla difesa della
caserma di Bolzano contro i tedeschi, organizzò la fuga
di militari internati dagli occupanti, procurò
certificati falsi a molti soldati perché potessero
sottrarsi alla cattura, poi distrusse l'archivio dell'Anagrafe
perché non restassero tracce del suo operato. Sino al
novembre del 1943, la ragazza partecipò coraggiosamente,
con gli antifascisti locali, ad azioni di sabotaggio
contro i tedeschi, ma finì per essere arrestata. Era in
viaggio per Innsbruck, dove avrebbero dovuto processarla,
quando riuscì a fuggire e a raggiungere poi,
fortunosamente, Domodossola dove i suoi si erano nel
frattempo trasferiti. Ricercata dalle SS, nel maggio del
1944 la ragazza si unì, come infermiera, ai partigiani
della 2a Brigata della Divisione "Beltrami", ma
presto divenne partigiana combattente. Nell'ottobre ecco
che Elsa lascia la "Beltrami". Vuole raggiungere
un altro fratello, Aldo, che milita nella "Banda
Libertà" e che sarebbe stato trucidato due mesi dopo
dai fascisti a Baveno. Di nuovo Elsa Oliva cambia
formazione. Nella Brigata partigiana "Franco Abrami"
della Divisione "Valtoce", che ha la sua base
sul Mottarone, le affidano il comando di una squadra
chiamata "Volante di polizia" e che presto, dal
nome di battaglia di Elsa, sarà chiamata "Volante
<Elsinki>. Nello stesso giorno, l'8 dicembre 1944,
dell'uccisione del fratello ("Ridolini" era il
nome di battaglia di Aldo Oliva), Elsa è catturata dai
fascisti, che la portano in una loro caserma di Omegna. La
ragazza è certa che la fucileranno e decide quindi di
simulare il suicidio. Ha ingerito un gran numero di
compresse di sonnifero ed è portata in ospedale. Una
lavanda gastrica e, prima che i fascisti tornino a
riprendersela, con l'aiuto di una suora e di un prete,
Elsa riesce a fuggire. Ritornata tra i partigiani della
"Valtoce", continuerà la lotta armata sino alla
Liberazione. Per questo, alla smobilitazione, le sarà
riconosciuto il grado di tenente. Nel dopoguerra Elsa
Oliva si è impegnata politicamente sino agli
anni '70, quando fu eletta consigliere comunale di
Domodossola come indipendente in una lista del PCI. Si
staccò dal partito poco dopo, non aderendo più,
ufficialmente, a nessuna formazione politica. Lasciò
anche l'ANPI e si iscrisse all'Associazione Volontari
della Libertà (di cui fu vicepresidente) aderente alla
FIVL. Oltre a suo libro più noto,
Ragazza partigiana, Elsa Oliva ha pubblicato
anche una piccola raccolta di racconti dal titolo La
Repubblica partigiana dell'Ossola e altri
episodi. E' uscito postumo, nel 1996, il suo
racconto autobiografico Bortolina. Storia di una donna,
ed. Gruppo Abe.
Una testimonianza di Elsa Oliva si trova anche nel libro
di Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina, pubblicato nel
1975 da "La Pietra" e ripubblicato nel 2003
dalla "Bollati Boringhieri" di Torino col titolo
La Resistenza taciuta - Dodici vite di partigiane
piemontesi. |