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Nato a Carpenedo nel
1929, ucciso il 25 aprile 1945. Medaglia
d'Argento al V.M.
Il nome era Adolfo; ma a 16 anni,
diceva, era un nome troppo serio e così si fece chiamare
Dolfino, anche quando si trattò di scegliere uno
pseudonimo (il "nome di battaglia", si diceva
allora), come le regole della lotta clandestina imponevano
per non farsi riconoscere. E fu "Dolfino" fin da
un gelido giorno di febbraio del 1944, allorquando a
Marcon - piccolo paese a ridosso della Mestre
industriale - un gruppo di ragazzi, raccolti e stimolati
da suo padre, Giacomo Ortolan, si costituì in banda
cospirativa per lottare contro tedeschi e fascisti. Altri
si chiamarono "Bocia" (ragazzo, piccolo,
in dialetto veneziano), "Mario",
"Canna", "Lupo". Allora il più
"vecchio" aveva 19 anni; erano operai,
contadini, fabbri, studenti lavoratori.
"Dolfino" era studente e a scuola andava benino,
leggeva molto, aveva un carattere socievole. Piuttosto
alto e robusto per i suoi sedici anni scarsi. Aveva occhi
chiari (come la madre, che alla sua morte quasi impazzirà
e non si rimetterà mai più). Faceva molti progetti per
il dopoguerra: "Vorrei viaggiare - diceva al
"Bocia", l'amico preferito - conoscere l'Italia;
ma soprattutto vorrei lottare a fondo contro le
ingiustizie, queste miserie". Accennava ai contadini
scalzi, che per risparmiare le scarpe le portavano appese
al collo indossandole solo sulla soglia della chiesa; alle
dodici ore di lavoro al giorno per molti operai; all'analfabetismo;
ai molti ragazzi che, pur abitando a dieci chilometri dal
mare, non l'avevano mai visto; che consideravano il pane
alla stregua di un dolce.
Ma non ci furono altre lotte, né
viaggi, né alcun progetto per "Dolfino". I suoi
giovani anni finirono alla periferia di Treviso, nell'alba
umida e un po' grigia del 23 aprile 1945, il giorno in
cui giunse l'ordine di passare all'insurrezione per la
liberazione di Treviso. Un'ultima sortita di un reparto
della sanguinaria Brigata nera "Cavallin" di
Treviso (tristemente nota nella zona per le numerose
efferatezze compiute) riesce a sorprendere in una ospitale
casa colonica il piccolo nucleo di partigiani. I fascisti
circondano la casa, intimano la resa. "Dolfino",
il padre, altri partigiani afferrano un'arma alla meno
peggio ed escono da una finestra. I primi riescono a
calarsi in un fossato vicino, altri sono colpiti. La
Brigata nera non fa prigionieri; al capofamiglia, un
povero contadino che chiede grazia per le donne e i
bambini, sparano freddamente in testa; poi la casa è
incendiata, il bestiame disperso; sul terreno giacciono lo
zio Ettore e altri uccisi. "Dolfino", ferito, è
barbaramente ucciso a colpi di bastone sul capo: e pensare
che, qualche mese prima, i partigiani della brigata, dopo
aver catturato alcuni giovani fascisti, li avevano rimessi
in libertà proprio per la loro giovane età. Il drappello
nero rientra a Treviso; di lì a due giorni sarà travolto
e annientato dall'insurrezione.
Alla madre è data una Medaglia d'Argento
al Valor militare.
Quaderni e libri ricordano i sogni di un ragazzo che
voleva il suo paese libero, i contadini non più oppressi. |