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Nato a Villa Santina (Udine) il 9
settembre 1913, ucciso a Udine il 9 aprile 1945,
impiegato, Medaglia d'argento al Valor Militare alla
memoria.
Ennio Radina - che nei periodi in cui non era sotto le
armi, per la leva o per i richiami, lavorava col padre,
titolare di un'azienda edile - si trovava al momento
dell'armistizio in Jugoslavia, come sergente degli
alpini. Dopo l'8 settembre, riuscì a rientrare
fortunosamente in Carnia, a collegarsi al movimento della
Resistenza e ad entrare nelle file partigiane. Con il nome
di "Barba", Radina divenne comandante del
Battaglione Garibaldi "Friuli", poi del
Battaglione "Cristofoli" e quindi della Brigata
"Val But". Nell'inverno del 1944, nella Carnia
occupata dai cosacchi che operavano agli ordini del
comando tedesco, la base di svernamento della formazione
di "Barba" fu individuata dal nemico. I
partigiani, circondati, non accettarono l'offerta di
resa e impegnarono il nemico. Nello scontro Radina fu
gravemente ferito e catturato. Ricoverato all'ospedale
di Tolmezzo, "Barba" sopravvisse grazie alla
sollecitudine dei medici e degli infermieri, ma quando fu
finalmente in grado di reggersi in piedi i nazifascisti lo
prelevarono e lo tradussero nelle carceri di Udine. Qui
"Barba" fu a lungo torturato, ma dalla sua bocca
non uscì nessuna informazione utile. A poche settimane
dalla Liberazione, il comandante partigiano fu condannato
a morte e fucilato con altri ventinove compagni. Poco
prima di morire, Ennio Radina riuscì a mandare una
lettera alla moglie. Le ricordava che dava la vita per
quella Patria che la sua bambina, ancora in tenera età,
avrebbe dovuto amare come l'aveva amata suo padre. |