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Nato a Giovinazzo (Bari) nel 1923,
ucciso a San Polo (Arezzo) il 14 luglio 1944, studente,
Medaglia d'oro al valor militare alla memoria.
La sua famiglia risiedeva a Zara quando, nell'aprile
del 1943, Ricapito fu arruolato in Aeronautica. Pochi mesi
come "aviere di governo" e poi, con l'armistizio,
la decisione di darsi alla macchia. Raggiunto l'Aretino,
Ricapito si unì ad un gruppo di partigiani del Casentino.
Nell'aprile del 1944, lo studente, che si era distinto
in numerosi scontri con i nazifascisti, fu nominato vice
comandante della Brigata Garibaldi "Pio Borri".
Nel giugno toccò agli uomini di Ricapito trasferire da
Marzana (dove erano concentrati), a Cortona (già in mano
alle truppe alleate) un folto gruppo di prigionieri
tedeschi e fascisti. Compiuta felicemente la missione,
Ricapito e i suoi partigiani decisero di riattraversare
le linee per continuare la lotta. In uno scontro con i
tedeschi a Molino dei Falchi, il vice comandante della
"Pio Borri" cadde in mano al nemico. Dopo essere
stato seviziato, Ricapito fu ucciso con altri
quarantasette uomini, tra partigiani e civili, tra cui
sette donne, a San Polo. Qualcuno ancora ricorda che, nel
pomeriggio del 14 luglio, una lunga colonna di quarantotto
infelici, con le vesti a brandelli o seminudi, partigiani
per la massima parte, con le mani legate sul dorso con
filo di ferro, giunse da Molin dei Falchi alle porte di
Arezzo. I partigiani furono prima rinchiusi in un locale
della Villa Billi, poi tradotti in un campo e costretti a
scavare una profonda fossa, nella quale tutti i
prigionieri, uomini e donne, dovettero scendere. Indosso a
Ricapito e ad alcuni altri partigiani, i tedeschi misero
tubi di tritolo; poi i nazisti, con le pale, riempirono la
buca e quegli sventurati furono sepolti vivi, meno
Ricapito e gli altri col tritolo indosso, le cui teste
affioravano dal terreno. Quindi un contatto elettrico e
l'esplosione. Questa la motivazione della ricompensa al
valore per Angelo Ricapito: "Eletto vice comandante
di Brigata partigiana in riconoscimento del valore
dimostrato nei momenti più critici della lotta, sfidò
per oltre dieci mesi la morte tesa in agguato. Dopo un
violento combattimento protrattosi per alcuni giorni
contro soverchianti forze nemiche, rimasto isolato con
pochi uomini a sostenerne l'attacco, riusciva a
sganciare i superstiti e ad attraversare con essi la linea
del fronte portando prigionieri e bottino. Volontario per
rischiosa missione presso la sua Brigata nuovamente
impegnata dal nemico, assolveva il compito fra gravi
pericoli e, accerchiato col suo comando, dopo eroica
lotta, cadeva nelle mani dei suoi aguzzini. Sottoposto a
barbare torture non faceva alcuna rivelazione ed il suo
corpo piagato e straziato veniva sepolto ancor vivo,
elevando col suo martirio la morte ad inno di
gloria". Al valoroso partigiano è stata intitolata
anche una strada a Fiumicino.
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