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Migrazioni e trasformazioni, convegno a Foggia

Nel 150° Unità d’Italia convegno a Foggia, presso la Sala Seminari della Facoltà di scienze della Formazione (ore 16,30).

“MIGRAZIONI: DA FUGA DALLA MISERIA A FATTORE DI TRASFORMAZIONE DELL’EUROPA”.

Università degli Studi di Foggia, Facoltà di Scienze della Formazione, Aula dei Seminari, 31 gennaio 2012.

Introduzione di Giovanni Novelli (Segretario generale SPI CGIL Foggia e Presidente ANPI di Capitanata).

Le iniziative che stanno chiudendo le celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia hanno, per scenario, un’Italia depressa, incerta e impaurita rispetto al proprio futuro.
Ne sono segnali evidenti: il collasso dell’economia; la perdita del prestigio internazionale dell’Italia; la caduta di Berlusconi; la nascita del governo Monti; i duri sacrifici imposti per salvare l’Italia.
La storia dei nostri 150 anni è piena di periodi anche più critici, che l’Italia ha saputo superare quando è stata capace di reagire, contro gli scettici, con “l’arma vincente della coesione sociale e nazionale”, come ha detto Napolitano.

Gli anni più critici furono quelli del secondo dopoguerra, quando, col ritorno a casa dei soldati sconfitti, entrò, nel mercato del lavoro, un’enorme massa di persone che, per la distruzione dell’economia italiana, dovuta alla sconfitta, non riusciva a trovare lavoro.

Bisognava affrontare, con urgenza: la crisi economica, che non lasciava presagire uno sbocco a breve termine; la disoccupazione in ogni settore produttivo; il razionamento dei viveri di prima necessità; il mercato nero, i cui prezzi la gente non si poteva permettere; l’illegalità diffusa.

La scarsità di cibo fu causa di sommosse in molti comuni pugliesi, tra cui Foggia, dove, nel 1946, un corteo di protesta, promosso dalla CGIL contro la penuria alimentare, si scontrò con i contrabbandieri, che, ogni giorno, scortavano, su un treno proveniente da Napoli, le merci che rifornivano il mercato nero foggiano.
Le nostre Camere del Lavoro, la più attiva era Cerignola, organizzavano lotte bracciantili per costringere i proprietari terrieri a eseguire almeno i lavori indispensabili, al fine di creare occasioni di lavoro e di reddito, e rivendicare la concessione delle terre incolte.
I decreti per l’imponibile di manodopera, che imponevano un determinato numero di giornate in base alla coltura effettuata, erano applicati con grande difficoltà, per la crescente opposizione degli agrari.
In tale contesto, in cui la radicalizzazione della lotta appariva come un’evenienza sempre più vicina, tanti italiani dovettero affrontare questo dilemma: fuggire dalla miseria, cioè emigrare, o morire di fame.

Il tema della migrazione, come oggetto di una delle iniziative per il 150° dell’Unità d’Italia, l’ho scelto dopo aver letto la dotta ricerca del Prof. Leuzzi.
I ragazzi italiani, secondo una ricerca recente, non hanno mai sentito parlare di emigrazione, né di quella verso l’estero, né di quella interna, non sanno niente dei loro nonni e bisnonni che emigravano, al massimo pensano che sia una “storia” che riguardi gli albanesi, i rumeni, i nordafricani e il flusso migratorio che arriva dal Niger e dal Senegal.

I più intraprendenti scelsero la via dell’emigrazione, cioè un esilio volontario, imposto dalla miseria, affrontato a caro prezzo, perché i lavori offerti erano quelli che la manodopera locale rifiutava: i più umili e meno retribuiti, i più duri e i più pericolosi, perché senza misure di sicurezza.
Niente di diverso da quanto accade, oggi, in Italia, quando si fa ricorso alla manodopera straniera, comunitaria o extracomunitara.
La meta della migrazione fu il Nord Europa, non gli Stati Uniti come nel primo dopoguerra, con un flusso migratorio crescente dal 1946 agli anni ‘70, raggiungendo il picco nel 1973, quando, a seguito della crisi economica, cominciò il percorso di rientro in Italia.
I lavori ricercati inizialmente erano quelli stagionali, in agricoltura e in edilizia, per cui la migrazione aveva carattere temporaneo; solo con il riavvio del processo d’industrializzazione, soprattutto in Germania, il lavoro divenne a tempo indeterminato.
Tra i lavoratori diretti in Germania c’erano anche tanti ex internati militari italiani, che avevano vissuto 21 mesi di sofferenze, fame e maltrattamenti indicibili, ma ora tornavano da cittadini europei, per la conquista di una vita meno bestiale.

I cantieri edili d’oltralpe, dove gli emigrati italiani trovavano lavoro, erano lo specchio di una società europea che stava cambiando.
Nel cantiere edile, dove per molte mansioni non era richiesta alcuna professionalità e i requisiti imprescindibili erano disponibilità, salute e forza fisica, si costruivano edifici, strade e infrastrutture, ma si creavano anche relazioni tra persone di provenienza diversa, ci si conosceva e si imparava a stimarsi e a conoscere e rispettare le altrui culture.
Osservando i volti, e ascoltando i dialetti e gli idiomi diversi e i primi rudimenti di lingua locale parlati, tra quelle impalcature, si potevano individuare, senza sbagliare, gli arrivi recenti e quelli ormai consolidati, i gradi di integrazione, le permanenze programmate come temporanee, i bisogni, le aspirazioni e le diverse nazionalità.
Nei volti di quei lavoratori italiani emigrati si poteva leggere la tragedia del triste primato dei lavori più faticosi e peggio pagati.
Ma quelle stesse persone potevano passare, con relativa facilità, da manovali a piccoli imprenditori edili, perché bastavano pochi capitali, un po’ di spirito di iniziativa e tanta voglia di lavorare.
In tal modo, l’Europa di domani, l’Unione Europea, prendeva forma attraverso persone che, mentre convivevano per realizzare un’opera materiale per la società, costruivano una nuova identità di società, perché condividendo obiettivi comuni, speranze e desideri, costruivano una nuova convivenza civile senza perdere la propria identità e senza farsi assimilare dal Paese ospite.

L’emigrazione stagionale verso la Francia fu molto intensa nella nostra provincia, in particolare da San Severo e Torremaggiore, ma anche da altri comuni, dai quali i lavoratori partivano per la campagna delle barbabietole.
L’emigrazione dei braccianti non era ben vista dagli agrari, specialmente da quelli del Mezzogiorno, perché vedevano in essa il rischio di una diminuzione di manodopera, e della rottura dei patti colonici, che lasciavano ben poco del raccolto a chi lavorava la terra, da cui poteva sfociare l’aumento dei salari agricoli, che poi si realizzò con la contrattazione nazionale eprovinciale.

La Svizzera aveva leggi xenofobe che vietavano la ricongiunzione familiare e consideravano un reato portare troppe valigie, per cui gli italiani emigrati dovevano assumere le mogli come domestiche per farle arrivare in Svizzera, mentre i bambini, 30mila a metà degli anni ’70, vivevano clandestinamente, con la continua raccomandazione delle madri di “non far rumore, non ridere, non gridare e non piangere”, per non essere scoperti e sottratti ai genitori.
L’ambasciata e i consolati italiani organizzavano, clandestinamente, con l’aiuto di parrocchie e organizzazioni umanitarie, delle scuole clandestine.
In Svizzera, nel 1962, a Ginevra, in una stanza di 28 mq, vivevano, cioè dormivano e si preparavano anche da mangiare, ben 16 operai italiani, che pagavano, per il fitto, un valore di 1.500 euro di oggi.

Nel dibattito all’Assemblea Costituente, e negli anni seguenti, l’emigrazione all’estero fu considerata come una necessità, dura ma indispensabile, per l’economia italiana, e la politica per la migrazione era considerata come un fattore economico, regolata con la politica estera, strettamente connessa alle politiche d’immigrazione e di ricostruzione degli altri Stati europei.

La Costituzione tutelava i lavoratori emigrati con due principi, espressi nell’art. 35: la “libertà di emigrazione” e la “tutela del lavoro italiano all’estero”.
Non prevedeva, però, il “diritto alla libera circolazione internazionale dei lavoratori”, proposto da Vittorio Foa, esponente del Partito d’Azione, realizzato poi con la creazione della CEE (Comunità Economica Europea).

A favorire l’emigrazione fu, nell’immediato dopoguerra, la ripresa dell’economia negli Stati nord europei e nella Svizzera - rimasta neutrale nella seconda guerra mondiale - dove scarseggiava la manodopera necessaria per far ripartire l’industrializzazione, per cui veniva cercata all’estero, con la stipula di Trattati bilaterali, con cui si concordava la mobilità, oltre frontiera, di grossi contingenti di lavoratori italiani (200mila in Francia, 50mila minatori in Belgio).
I Trattati bilaterali furono sottoscritti, a partire dal 1946, con Francia e Belgio, e, poi, con il Lussemburgo, la Svizzera e la Germania (20 dicembre 1955).
L’intesa con il governo belga fissava l’impegno del Belgio a fornire all’Italia 24 quintali di carbon fossile l’anno per ogni italiano che andava a lavorare nelle miniere belghe, perché nessun citadino belga voleva più andare a lavorare, come in Svizzera nessuno voleva più fare il cameriere, in Francia il contadino e in Germania il facchino.

Chi non riusciva a migrare in base ai Trattati cercava di farlo da clandestino, e in questi Stati, alla ricerca spasmodica di manodopera per riavviare le loro industrie e la loro economia, anche i clandestini erano ben tollerati finché c’era richiesta di manodopera.
La migrazione, infatti, seguiva le leggi di mercato: se c’era un grande bisogno di manodopera per far andare avanti miniere, lavori stradali e industrie, i lavoratori erano molto ricercati, e, in tal caso, per attirarli più facilmente, si ventilava, ai loro occhi, la promessa di diritti; se, però, arrivavano momenti di crisi, i datori di lavoro non si facevano alcuno scrupolo, pur di liberarsi, a buon mercato, della manodopera eccedente, nel denunciare, alla polizia, come sovversivi, i lavoratori stranieri.
La polizia subito li espelleva, senza accertare la veridicità della denuncia.

Nelle migrazioni, il legame più a rischio di rottura, e anche il più prezioso, era quello familiare, con separazioni molto dolorose, talvolta seguite, da parte di chi emigrava, dalla creazione di altri legami.
Furono le donne a mantenere unite le famiglie, e ad assumere, in assenza del capofamiglia, decisioni per sé e per i figli.

Le prime ondate migratorie del dopoguerra furono seguite, dopo qualche anno, da altre, alimentate da coloro che avevano atteso, invano, con la riforma agraria, la concessione di un pezzo di terra.

Gli infortuni, anche mortali, avevano una frequenza elevata, con molte vittime, perché, in nome del profitto, i lavori pericolosi erano eseguiti senza dispositivi di sicurezza individuale e senza rispettare alcuna norma di sicurezza.
Ci sono stati molti pugliesi tra le vittime, perché erano tanti i pugliesi che emigravano: in miniera, a Marcinelle, in Belgio, dove i minatori italiani erano alloggiati in hangar che erano appartenuti a un lager nazista, o sotto un ghiacciaio, a Mattmark, in Svizzera.
La catastrofe di Marcinelle, l’8 agosto 1956, segnò la fine della migrazione che andava incontro a un lavoro senza diritti: 22 delle 262 vittime di Marcinelle erano pugliesi, tra cui Giovanni D’Apote di Lesina, che lasciò moglie e due figli.

Le cattive condizioni di un lavoro senza diritti, riservato ai lavoratori italiani emigrati, erano note alla CGIL, e Di Vittorio, con senso profetico rispetto alle future tragedie, aveva espresso la linea della CGIL sull’emigrazione già nel dibattito alla Costituente: “La via dell’emigrazione - aveva detto - riserva soltanto delusioni, dolori, a volte il sangue, quasi sempre umiliazioni”.
L’emigrazione, per la CGIL, poteva essere accettata solo come “male minore”, purché tutelata “sulla base di un accordo bilaterale, garantendo la condizione di assoluta parità dei diritti sociali dei lavoratori italiani con quelli dei lavoratori del paese di immigrazione”.
La CGIL aveva, infatti, una proposta alternativa alla migrazione: il Piano del Lavoro, per dare, in Italia, la risposta al problema dell’occupazione, con la creazione di lavoro attraverso la coltivazione delle terre non coltivate, la costruzione di case, scuole, ospedali, infrastrutture e la promozione di attività imprenditoriali.
Inoltre, la CGIL, con la sua rete di sedi di patronato INCA all’estero, si preoccupò di favorire l’accoglienza dei nuovi emigrati da parte di chi li aveva preceduti nelle ondate migratorie precedenti, e, più ancora, di tutelare i diritti individuali, di lavoratori e di cittadini, dei nostri emigrati.

Negli stessi anni, in Italia, ad accompagnare il miracolo economico (1958 - 1963), ci fu una massiccia migrazione interna, dalle campagne alle città, e, ancor di più, dal Sud alle città del Nord, con 25 milioni di italiani che cambiarono residenza dal 1951 al 1970 con il declino della famiglia contadina.

La vita italiana cambiò in maniera radicale.
L’emigrazione in città significava: per i figli, formare famiglie con poca prole; per le figlie, liberarsi dalla fame, dalla povertà, da un doppio carico di lavoro - dipendente e domestico -, e dalla tutela della famiglia, e poter cercare un marito al di fuori del mondo agricolo e del Mezzogiorno, in un mondo dove anche gli uomini stavano cambiando, per essere rispettate, anche se non ancora trattate alla pari, e avere più libertà di cercare un lavoro.

La migrazione interna raggiunse il picco con l’abolizione, nel 1960, della “legge contro l’urbanesimo”, imposta dal fascismo, nel 1929, per vietare il trasferimento di residenza nei comuni con più di 25mila abitanti, a chi non poteva dimostrare di avere un lavoro stabile: l’effetto fu la desertificazione della montagna e lo spopolamento di molti paesi del foggiano.

L’emigrazione verso l’estero riprese nel 1960, diretta specialmente nella Germania occidentale che fu, negli anni ’60, la più importante meta di migrazione dell’Italia, specialmente dal Mezzogiorno, sino a raggiungere circa 4 milioni di ingressi, di cui 3. 500.000 di rientri.
Solo il 12% degli italiani decise di restare, tutti gli altri sono rientrati, gradualmente e con motivazioni diverse.
A favorire la migrazione verso la Germania furono:
1. la creazione della Comunità Economica Europea (CEE), con il Trattato di Roma, (1957), che, nell'art. 48, stabiliva il diritto dei lavoratori a spostarsi liberamente negli stati membri della CEE per svolgere un’attività lavorativa, rispondere a offerte di lavoro e trovarvi dimora;
2. la fuga dalle cattive condizioni di lavoro che avevano causato le tragedie di Marcinelle e Mattmark;
3. la possibilità, per i lavoratori, di spostarsi negli Stati CEE al di fuori dei programmi di reclutamento di manodopera definiti dai Trattati bilaterali;
4. la costruzione, nel 1961, del muro di Berlino, che, troncando i rapporti tra le due Germanie, facilitò una grande immigrazione dall'Italia meridionale e dai Paesi del Mediterraneo, per lavorare in edilizia e nell’industria dell’auto;
5. il fallimento della politica democristiana e della riforma agraria, rivelatisi insufficienti a dare lavoro alle masse dei braccianti meridionali.

La Germania aveva una politica d’immigrazione rotatoria, per garantire il continuo ricambio della manodopera straniera, e fare in modo che il soggiorno degli immigrati, anche se prolungato, fosse comunque tempporaneo, affinché non pesasse sulle costose politiche sociali tedesche, dirette alle strutture abitative alla scuola e alla sanità.
L’Italia istituì treni speciali per la Germania, che impiegavano da 20 a 30 ore per raggiungere le città tedesche, tra cui Wolfsburg, sede della Volkswagen, dove si creò la più grande comunità italiana in Europa.
A Wolfsburg, i lavoratori furono dapprima confinati, lontano dal centro abitato, nel “villagio degli italiani”, dove vigeva una rigida disciplina, con il controllo degli ingressi e un clima di segregazione da lager.
Una sommossa di 3 giorni, dal 3 al 5 novembre 1962, dopo la morte di un italiano e il ritardo dei soccorsi per un altro colto da malore, seguita da interrogazioni parlamentari in Italia, portò alla conquista di un contratto di lavoro uguale a quello degli operai tedeschi dopo un anno di lavoro.
Quest’ondata migratoria fu aiutata, in Italia, dalla rete della POA (Pontificia opera asistenza) e delle ACLI (Azione Cattolica Lavoratori Italiani), che, tra i lavoratori da mandare in Germania, favorirono quelli meno politicizzati e discriminarono chi militava nei partiti di sinistra (PCI e PSI) e nella CGIL.
Lo stesso si era verificato, prima degli anni ’60, per chi, come il nostro Vincenzo Giusto di Ascoli Satriano, reduce da alcuni mesi di carcere per aver organizzato un corteo che chiedeva “Pane e Lavoro”, aveva cercato di emigrare in Australia, ma la sua domanda era stata respinta dall’ambasciata australiana in Italia, debitamente informata dai nostri servizi segreti.

In quegli anni partirono, per motivi di bisogno, i quadri operai più attivi dei partiti di sinistra - PCI e PSI - e della CGIL che, in molti comuni di Capitanata, scomparve come Sindacato.
Parlo di questo con cognizione di causa, avendo personalmente ricostruito la presenza della CGIL in più comuni della nostra provincia.
Nella Germania unificata di oggi abita più mezzo milione d’italiani, di cui più di 100mila sono pugliesi, soprattutto dalle province di Foggia e Lecce.

In quegli anni, i braccianti meridionali scoprirono che, se non potevano diventare operai nel nostro Sud, avevano la possibilità di farlo lontano da casa, nel Nord Italia e, più ancora, in Germania.
Con un richiamo a catena, dapprima lento e poi tumultuoso, abbandonavano, a migliaia, i nostri paesi montani, realizzando, di persona, quella “Rivoluzione Meridionale” che la “politica politicante”, sia dei governi democristiani, sia dell’opposizione di sinistra, non era stata in grado di attuare.
Solo con il primo governo di centrosinistra (dicembre 1963), guidato da Moro, il problema del lavoro assunse una centralità nel programma di governo, diventò un diritto da realizzare in Italia, e l’emigrazione assunse il carattere di libera scelta, per il lavoratore, di realizzarsi dove meglio riteneva opportuno.

Perché si emigrava? Essenzialmente per due motivi:

1. per lo stato di miseria in cui versavano le famiglie italiane, evidenziato, nel 1953, dai risultati dell'Inchiesta Parlamentare sulla Miseria:
a. 2 milioni di nuclei familiari vivevano in case sovraffollate, di cui 870.000 in abitazioni con più di quattro persone per stanza o in abitazioni improprie come soffitte, cantine o grotte, specie ad Andria, Gravina e nel Gargano;
b. molte famiglie dividevano il proprio alloggio con gli animali, soprattutto nei paesi della provincia di Foggia;
c. il 13% di analfabeti, percentuale che arrivava al 60, e fino al 75%, in chi emigrava dal Mezzogiorno;
d. 50mila bambini morivano, prematuramente, nel primo anno di vita e più di 117mila prima dei cinque anni;
e. il salario di un bracciante del Sud andava dalle 450 lire, per le donne, alle 550 lire degli uomini, equivalente al costo di 3,5 chili di pasta o di 700 grammi di carne di vitello o maiale, o di 2 kg di zucchero, ragion per cui 1/4 delle famiglie italiane del tempo (3,2 milioni) non mangiava a sufficienza, specialmente al sud, dove 590mila famiglie non avevano calzature idonee nei mesi invernali, e non comprava carne, zucchero e vino;

2. per risparmiare, non per vivere una vita migliore: si risparmiava anche l’acqua nella pentola, per risparmiare sul sale.

Questa migrazione europea era composta dal 65% da uomini e dal 35% da donne.

I risparmi dovevano servire per costruire un’abitazione più decente nel paese natio, per avviare una piccola attività commerciale, e, più di ogni altra cosa, per mandare i figli alle scuole medie superiori e all’Università, affinchè fosse loro risparmiata la loro vita da schiavi.
Si crava, così, un fiume di rimesse, dall’estero verso l’Italia, che arricchivano le Banche e le Poste italiane,il cui flusso che diminuiva se gli emigrati si stabilivano all’estero, fino a cessare se vi trasferivano anche le loro famiglie.
Chi emigrava poteva, però, rientrare in Italia, in qualsiasi momento, in via definitiva, oppure fare il pendolare per accumulare i risparmi necessari, e conservava sempre la facoltà di lasciare in Italia un lavoro precario, mal pagato e senza diritti, specie in agricoltura e in edilizia, per cercarne, all’estero, uno più remunerato, oppure, stando all’estero, poteva cambiare occupazione.
Emigrati meridionali, rientrati in Italia, partivano, poi, verso le città italiane del Nord, dove le retribuzioni erano più basse che all'estero, ma c’era più possibilità di integrarsi, perché acomunati dal “parlare italiano” e dal “pensare italiano”, mentre altri, già emigrati in quelle stesse città, o in Francia e Belgio, prendevano la via della Germania, attratti da retribuzioni più alte.

I lavoratori italiani, con il loro lavoro, riuscirono, in quegli Stati, a procurare ingenti profitti a tanti settori economici, con un surplus di produzioni che, poi, venivano anche esportate in Italia.
Tutti, però, anche chi è rimasto all’estero, dove ha richiamato anche la famiglia e si è perfettamente integrato, impadronendosi del “parlare tedesco” e del “pensare tedesco”, pur con tante difficoltà, talora anche dovute a ondate di xenofobia, hanno contribuito, con immani sacrifici, a trasformare l’Italia e l’Europa, rendendo questi Stati più moderni, più ricchi e con più diritti.

La loro presenza ha contribuito a trasformare anche i Paesi ospitanti, che hanno dovuto costruire nuovi alloggi e ristrutturare e riadattare, rivitalizzandoli, edifici esistenti, per rendere le città vive e pulsanti, e fare massicci investimenti anche nello stato sociale.

I nostri emigrati innescarono un processo di globalizzazione europeo, favorendo la costruzione dell’Europa unita, in cui – facendo meglio di noi rispetto alla globalizzazione partita alla fine del secondo millennio - seppero accompagnare, alla crescita dell’occupazione e del tenore di vita, anche la conquista di diritti sul lavoro, trasformando la propria posizione da anonimi prestatori di braccia a cittadini europei.
A partire dagli anni ’50, essi furono, infatti, protagonisti di una scelta volontaria, anche se, forse, non ancora del tutto consapevole: solo l’integrazione europea era in grado di dare risposte a una crescente impossibilità, per tutti gli stati membri, in un clima di pace, a risolvere, da solo, problemi nazionali, come la forte domanda di lavoro per le nazioni del Nord Europa, o la drammatica offerta di lavoro da parte dell’Italia e delle nazioni mediterranee.
Nessun monumento sarebbe mai sufficiente per celebrare, degnamente, le loro benemerenze in quest’opera di sviluppo e trasformazione della società italiana ed europea.

Dal 1971 l’emigrazione dall’Italia è diminuita, con un saldo in pareggio, tra emigrati e rientrati, nel 1980.
A partire dal 1980, l’Italia si è trasformata da Paese di emigrati in Paese di immigrati, tanto che, nel dicembre 1986 si rese necessaria una sanatoria per regolarizzare tutti i soggetti entrati in Italia clandestinamente.
Seguì, nel 1989, un’altra regolarizzazione (Legge Martelli), poi la Legge Turco - Napolitano sui flussi programmati, e, infine, la legge Bossi – Fini, che ha stabilito che l’immigrazione clandestina cè un reato.
Nessuno sa, oggi, quanti immigrati ci siano in Italia.

Nel 2011, è ripresa la fuga dei lavoratori verso la Germania, provenienti soprattutto dagli Stati europei “bocciati” dalla crisi - Grecia, Spagna e Portogallo -, ma con partenze anche dall’Italia.

C’è, però, una notevole differenza rispetto all’emigrazione dagli anni ’50 agli anni ’70.
I nuovi migranti non sono più le braccia spedite, nel dopoguerra, dagli Stati del Mediterraneo, Italia in testa, nelle miniere belghe o nelle acciaierie tedesche: sono giovani, con una valigia leggera, un biglietto low cost e l’indirizzo di un contatto cui mostrare il diploma o la laurea.
Non sono profughi, in fuga dalla loro patria, ma persone che pianificano la loro partenza in base alle opportunità, spinti, se possiamo usare un termine molto in uso di questi tempi, dal “rating” dei Paesi esteri.
La meta può essere anche molto lontana, come l’Australia che, al pari del Canada, privilegia i giovani diplomati e laureati, o il Brasile, che sta per investire 500 miliardi di euro per un grande piano di opere pubbliche (Campionati del Mondo di calcio e Olimpiadi).

E così il tema dell’emigrazione è diventato di nuovo attuale, come tema del futuro dell’Europa, e come lavoro quotidiano per i nostri Uffici del Lavoro, per il nostro ministero degli esteri e per le istituzioni europee.

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