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Smuraglia: "L'Atlante delle stragi naziste e fasciste è un prezioso strumento di memoria"

Si è svolto a Milano, dal 14 al 16 settembre, un importante Seminario internazionale sull'Atlante delle Stragi naziste e fasciste del 1943-45, in Italia. Studiosi italiani, tedeschi, scozzesi, irlandesi, belgi, hanno discusso sull'Atlante, giunto ormai a compimento, dopo anni di preparazione e di lavoro di storici, ricercatori, studiosi. L'idea partì dall'Università di Pisa (in particolare, dal prof. Pezzino) e fu subito raccolta dall'ANPI, che la patrocinò assieme all'INSMLI, seguendo tutto l'iter preparatorio e riuscendo, infine, dopo parecchi incontri con i Ministeri degli esteri dell'Italia e della Germania e dopo un “memorabile” incontro a Berlino, ad ottenere che la Germania la finanziasse.

Cominciarono così il lavori veri e propri; ad un certo punto, gli storici trovarono giusto modificare il titolo sostituendo all'originario riferimento alle stragi “nazifasciste”, un più preciso “le stragi naziste e fasciste”, che teneva maggior conto dell'effettiva realtà anche del contributo autonomo degli italiani della sedicente Repubblica di Salò. Infine, sempre col patrocinio dell'ANPI, si partecipò al concorso della Presidenza del Consiglio italiano per lavori di studio e ricerca, in occasione del 70° della Liberazione e si vinse con un progetto che, da un lato completava le ricerche anche sotto il profilo multimediale, e dall'altro includeva tra le stragi da inserire nell'Atlante anche quelle compiute nei confronti di partigiani, non in combattimento

I lavori sono ormai ultimati, alle ricerche ed ai risultati si può accedere in via multimediale (www.straginazifasciste.it), in attesa che sia possibile anche una pubblicazione cartacea.

Un risultato oltremodo importante, perché l'Atlante non è, come qualche ingenuo potrebbe pensare, un insieme di bandierine collocate sui luoghi delle stragi (numerosissime e sparse in tutta Italia, sud compreso), ma è una raccolta molto precisa di dati e di informazioni preziose, che costituiranno una formidabile fonte di conoscenza, non solo per gli studiosi, ma anche per quanti abbiamo interesse ad approfondire questo fenomeno di inusitata e gravissima barbarie.

È un vero peccato che stampa e televisione abbiano dedicato così scarso spazio al Seminario. Forse non si è capito che si trattava di una realizzazione di estrema importanza non solo ai fini storici, ma anche come strumento di memoria attiva.

Ricostruire, infatti, la barbarie in tutte le sua forme, non serve solo a dare conoscenza dell'orrore, ma anche a stimolare la riflessione, a rinvigorire la memoria, al fine di creare, in futuro, gli antidoti perché fenomeni simili non accadano più (anche se ciò che sta avvenendo nel mondo potrebbe indurci al pessimismo, che però noi rifiutiamo perché l'indignazione e la memoria, oltre al dolore, sono reali strumenti di democrazia, oltre che di parziale “lenimento” per chi ha subito o è figlio o nipote di vittime).

D'altronde, sul piano della memoria c'è ancora molto da fare, anche se un notevole cammino è stato già compiuto, sia in Germania che in Italia. Ma non basta.

Per quanto riguarda la Germania, abbiamo avuto Presidenti che sono venuti in Italia, su luoghi particolarmente colpiti come Marzabotto e Sant'Anna di Stazzema ed hanno chiesto scusa a nome del popolo tedesco. E non è poca cosa il fatto che nel bilancio nazionale tedesco sia stata inserita una voce (finanziamenti per il passato e il futuro) per almeno quattro anni. Per cui, non ci si limiterà al finanziamento dell'Atlante, ma si adotteranno (e del resto sono state già adottate, in buona parte) misure di concreta riparazione. In più, dai numerosi contatti col Ministero degli Esteri della Repubblica Federale di Germania e gli Ambasciatori tedeschi a Roma, si è ricavato il convincimento di una sincera volontà di fare i conti con il passato, assumendosi le proprie responsabilità.

Ma perdurano le contraddizioni: la Germania ha fatto ricorso alla Corte dell'Aja contro le sentenze italiane che condannavano la Repubblica tedesca come responsabile civile; di estradizione dei colpevoli non si è neppure riusciti a parlare; ed altrettanto è avvenuto per l'esecuzione, in Germania, delle sentenze della Corti italiane, perché in molti casi gli organismi giudiziari competenti della Repubblica tedesca hanno fatto il possibile non solo per non dare corso alle richieste, ma addirittura per usare toni sprezzanti nei confronti delle sentenze emesse dai magistrati italiani. Un fenomeno che tuttora perdura, col risultato che anche le condanne più severe e per i fatti più gravi, restano solo simboliche.

È del tutto evidente che di una memoria almeno “comune” si potrà parlare solo quando saranno completamente rimosse queste posizioni, che in sostanza oscillano tra il giustificazionismo e il negazionismo.

Quanto all'Italia, c'è da essere altrettanto insoddisfatti. Se pregevole è stato l'apporto del nostro Ministero degli esteri per raggiungere le varie forme di “riparazione” che sono state adottate e di cui si è detto (fra cui l'Atlante); e se l'Italia si è giustamente battuta, all'Aja, per affermare il principio che la “sovranità” degli Stati deve cedere il passo di fronte alle giurisdizioni anche straniere, allorché siano stati calpestati i diritti umani, superando anche quella soglia di orrore che ogni guerra, inevitabilmente, provoca, peraltro bisogna dire che non si è fatto abbastanza per ottenere l'esecuzione delle sentenze italiane in Germania. Inoltre qualche maggiore insistenza sul tema delle riparazioni e dei risarcimenti avrebbe potuto e dovuto esserci, ma poi, resta gravissima l'accettazione dell'oblio sulle stragi, perfino le più gravi (Cefalonia!), per molti anni, per ragioni del tutto “politiche”; ed ancora più grave resta la vicenda di quello che ha assunto il nome di “Armadio della Vergogna” (centinaia di fascicoli rimasti per anni occultati).

Una vicenda intollerabile in sé, ma ancor più per gli effetti: molti processi per le stragi si sono potuti celebrare solo dopo molti anni, quando - come è noto - la verità è acquisibile spesso, solo a breve distanza dall'evento. In molti casi non è stato più possibile neppure avviare le azioni giudiziarie. Il che significa che alle vittime e ai famigliari di stragi è stata negata, oltre la vita e il dolore, anche la giustizia.

La responsabilità è certamente di altri governi, anche se fu istituita una Commissione bicamerale per accertare le cause di quel tragico “occultamento” di centinaia di fascicoli; ma nel 2006 sono state depositate le relazioni di maggioranza e minoranza e di esse non si è mai discusso in Parlamento, sicché finora sono state negate ancora una volta verità e giustizia.

Sembra che adesso stiano maturando le condizioni per una discussione seria: è imminente la presentazione di una mozione, tendente ad ottenere che il Parlamento discuta ed assuma una posizione precisa, in proposito. Ne abbiamo parlato di recente anche con la Presidente Boldrini, che certo non può decidere nulla in materia, ma riteniamo che abbia compreso la gravità della vicenda e si impegnerà - nei suoi limiti istituzionali - perché si arrivi alla discussione e soprattutto ad una vera e propria assunzione di responsabilità da parte dello Stato italiano.

Dunque, e per concludere, è anche su questo piano che si scorge l'enorme importanza dell'Atlante, che sarà di sprone non solo perché si ampli la conoscenza del fenomeno delle stragi, ma si individuino tutte le responsabilità, anche solo sul piano storico-politico. Questo è il significato della memoria attiva, che si aggiunge al dolore mai superabile, per dare luogo a quei riconoscimenti che vanno ascritti alla categoria del “fare i conti con il proprio passato”.

L'ANPI si è battuta e si batterà per questo, non per rinfocolare odii; anzi, per creare memoria e farla diventare, possibilmente, comune; in modo da poter guardare al passato, anche quello più orrendo, con una sincera e concreta speranza per il futuro.

Carlo Smuraglia

(da ANPInews n.216 - 27 settembre /4 ottobre 2016)