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In ricordo di Costarella e Di Blasi

Il 18 febbraio dalle ore 10.30, presso il centro storico di Poggio nella Piazza dei Martiri della Libertà, si terrà la Commemorazione dei partigiani Orazio Costarella e Di Blasi Gaetano, eroi della libertà tragicamente morti il 17 febbraio 1944, un evento realizzato
grazie al contributo dell’ associazione ANPI sezione di Narni.
La commemorazione sarà preceduta da una serie di interventi fatti da tutti i soggetti che hanno vissuto e ricordano quei tragici fatti e si svolgerà sabato 18 febbraio.
Commemorazione dei partigiani Di Blasi Gaetano, med.d’Arg. al V.M. alla memoria, Costorella Orazio, Med. d’Oro al V.C. alla memoria.

Programma
Ore 10.00 raduno delle autorità militari, civili, religiose, delle associazioni combattentistiche e d’arma, dei patrioti, partigiani e delle scolaresche di Otricoli e Calvi dell’Umbria presso la Piazza Martiri della Libertà in Poggio di Otricoli.
Ore 10.30 deposizione corona presso la lapide in Piazza Martiri della Libertà in Poggio di Otricoli.

La storia
Febbraio del ’44, proprio nel mezzo di un inverno particolarmente freddo e rigido. Venti di tramontana spazzano i monti, copiose nevicate imbiancano le cime e le valli di tutta la regione. Una natura ostile, matrigna, sembra opporsi agli sforzi di un popolo in lotta, di un
Paese deciso a riscattarsi dal gioco dell’oppressione nazi-fascista.
Difficoltà ambientali, violenza e sopraffazione non riusciranno però a soffocare quel “sogno di libertà”, a stroncare il desiderio di “resurrezione” civile e morale degli Italiani. In quell’inverno, nell’talia occupata dai tedeschi, prende consistenza la guerra partigiana. In
Umbria operano più formazioni. Le più agguerrite la brigata Proletaria d’Urto, la Garibaldi e la Gramsci. Zona d’operazione di quest’ultima la Valnerina e l’alto Lazio, una vasta area montana, una specie di “terra di nessuno”, ai limiti della quale si trova Poggio di Otricoli.
Baciato dal sole e battuto dai venti, s’avvinghia intorno ad un colle, immerso tra boschi di pini secolari e macchie di cerri.
Rappresenta un punto di rifornimento e di rifugio sicuro per i partigiani, che ne fanno un centro di accoglienza per militari sbandati e di reclutamento di volontari per la guerra di liberazione. Da quelle parti opera il “compagno Gimmo”, che li “squadra”, li seleziona e li
spedisce sull’alture di monte S. Pancrazio, a rimpolpare un gruppo di combattimento: il battaglione Manni. “Costituitosi nel settembre del ’43, opera azioni di disturbo e rapidi colpi di mano, costituendo – come riferisce Gaetano Menichelli nelle sue memorie – il punto
di riferimento partigiano per la zona di Narni, Calvi e Otricoli”.

I fascisti lo sanno. Di tanto in tanto rastrellano il borgo di Poggio e l’abitato di S. Maria. “Arrivavano in massa e sotto la minaccia delle armi – raconta un testimone oculare – rovistavano tutte le case, sia quelle dei residenti che degli sfollati”. Sarebbe successo anche il 15 Febbraio, come segnalava la “soffiata” di un informatore, con l’obbiettivo di “ripulire Poggio” e requisire generi alimentari,
soprattutto grassi animali. I partigiani scendono dalla montagna per proteggere la popolazione e s’appostano, in attesa dei fascisti, sulla provinciale Calvese. Aspettano inutilmente tutto il giorno. A sera ritornano alla base, lasciando a Poggio una pattuglia di soli quattro partigiani, che conoscono bene la zona e vantano in loco solide amicizie: un maresciallo dei paracadutisti, un certo Barabba, Gaetano Di Blasi e Orazio Costorella. I fascisti arrivano invece il giorno dopo, al tramonto, ed è subito un inferno. Si sviluppa un
violento scontro a fuoco, con i repubblichini, che dalla provinciale sparano sull’abitato di Poggio, a cui i partigiani rispondono colpo su colpo. Tra questi Gaetano Di Blasi, nome di battaglia “Aldo”, che appostato sul terrazzo di casa Petrucci “scarica il suo fucile” sulle
camicie nere. Alla fine i fascisti si ritirano lasciando sul campo armi, munizioni e mezzi di trasporto. Se la danno a gambe, inabissandosi nella boscaglia sotto S. Maria in direzione di Otricoli, “trascinandosi dietro i camerati feriti”.

Secondo qualcuno anche un morto o due. Nello scontro rimangono feriti anche dei civili, tra cui Valentino Chiari ed il padre di Leonelli
Alviano. Ferito tra i partigiani Gaetano Di Blasi, colpito alla carotide da un colpo di rimbalzo della mitraglia nemica. Le sue condizioni appaiono subito disperate e nulla possono il dott. Trantafilo, medico condotto di Calvi, e il prete di Poggio, in fama di guaritore. Ricoverato in casa Petrucci, sdraiato in terra davanti al camino acceso, “aldo” cessa di vivere alle 10 di sera. Lo vegliano, fino alla fine, Barabba e Orazio Costorella, il conterraneo,l’amico inseparabile, il compagno di tante battaglie.

Sconcertato assiste impotente alla sua lenta, cosciente agonia. Nulla può contro una sorte maligna, la stessa che gli ha impedito di
combattere, di battersi fino in fondo contro il nemico. Ha la mano destra fasciata, ustionata dalla forte esplosione che giorni prima aveva divelto il tetto della chiesetta di S. Pancrazio e squarciato la “casa dell’eremita”. Rosso dalla rabbia e costernato dal dolore, non
sospetta minimamente quale destino lo attenda. Esso si compie il mattino successivo.

All’alba del 17 febbraio, Poggio di Otricoli viene circondata dai nazisti. Si temono ritorsioni e si sospetta che vogliano incendiare l’intero paese. Orazio per evitare rappresaglie alla famiglia Petrucci, dopo averlo vegliato tutta la notte, aiutato da Barabba, trascina il corpo
di Gaetano sulla pubblica via. Poi, invece di fuggire, s’attarda, quasi in trance, accanto alla salma dell’amico. Solo le grida preoccupate delle donne di Poggio lo scuotono. Scappa appena in tempo e si rifugia in una porcilaia, su in cima al paese. Scoperto, viene
trascinato coi ferri ai polsi nella piazzetta del paese, insieme a Barabba. Un ufficiale nazista lo interroga, di fronte alla popolazione silenziosa e attonita. Si rifiuta di parlare, di tradire i compagni. Viene abbattuto a bruciapelo, con due colpi di pistola in bocca.
Giovanni Barabba invece, in tenuta da paracadutista, viene issato su un camion e portato via dai tedeschi. Di lui non si avranno più notizie.
Orazio esanime s’accascia al suolo in una pozza di sangue. Un destino tragico e crudele l’accomunava per sempre a Gaetano, il suo grande amico.
Le loro spoglie tumulate nel cimitero di Poggio, saranno riesumate dopo la Liberazione e sepolte definitivamente in quello di Terni nella cappella dei Garibaldini. La loro presenza, accanto a quella di tanti patrioti ternani, unisce idealmente la Guerra di Liberazione
Nazionale, la Lotta Partigiana, al Risorgimento Italiano.
Una semplice lapide nella piazzetta di Poggio, voluta da tutta la cittadinanza, consacra nel marmo Gaetano Di Blasi e Orazio Costorella “Eroi della Libertà”.
Il sacrificio valeva a Gaetano il conferimento della Medaglia d’Argento alla Resistenza, già all’indomani della Liberazione. Orazio dovrà attendere invece 62 anni. Verrà insignito di Medaglia d’Oro dal Presidente Ciampi Presidente Ciampi soltanto il 25 Aprile di qualche
anno fa. Un ritardo che si giustifica e si può capire, ripercorrendo la sua breve esistenza e ricostruendo i termini della vicenda. Orazio Costorella era partito dalla natia Misterbianco, chiamato alla guerra da un regime malato di grandezze e assetato di gloria. Prestava
servizio come autiere nel XIV° Reggimento della Regia Fanteria Sabauda di stanza a Treviso. Dopo l’armistizio si sbandava e s’avviava, a piedi e di notte, verso casa, dove l’attendeva la madre vedova ed anziana.

Capitava a Calvi dell’Umbria, dove, nell’impossibilità di superare le linee nemiche, s’accasava presso la famiglia D’Achille, come notificavano i Carabinieri al Distretto Militare di Catania. Il figlio Ugo è ancora “alla guerra” e Orazio ne prende il posto. Lavora nei campi, accudisce le bestie e raccoglie legna nei boschi. I D’Achille hanno anche una fornace di calce e tutti i giorni salgono in montagna con muli e asini carichi di fascine. Ma anche di pane per i partigiani, che stazionano sulle pendici di Monte S. Pancrazio.
Una mattina tocca ad Orazio andarci. Ritrova il comandante Marinelli, che l’aveva già contattato, e v’incontra Gaetano Di Blasi, un marinaio di Catalafimi.
Tra i due nasce spontanea la simpatia e in Lui matura la decisione di partecipare alla guerra di liberazione. “La famiglia” è contraria, ma non riesce a trattenerlo. Orazio sale in montagna e si fa partigiano. Si batte coi compagni, accanto all’amico siciliano. Apppostamenti
e fughe, scaramucce e scontri a fuoco, fino al tragico epilogo di Poggio. I Carabinieri di Calvi informano la madre della sua morte. Il fonogramma va però perso e la famiglia perde le tracce di Orazio.
Misterbianco non aveva però dimenticato quel figlio e gli aveva dedicato una piazza. Sarà proprio quel toponimo” “piazza Orazio Costorella” ad illuminare le ricerche di un narnese, un vecchio compagno socialista, allora poco più che ragazzo.
Sfollato con la famiglia a Poggio di Otricoli, aveva conosciuto i due giovani partigiani e pianto la loro morte. Subito informa l’Amministrazione Comunale della cittadina alle falde dell’Etna, che lo mette in contatto con la famiglia Costorella.
Congiunti, sindaco e amministratori comunali, una folta rappresentanza di cittadini di Misterbianco corrono a Poggio a visitare il luogo del martirio e a Terni alla cappella dei Garibaldini.

L’accolgono le autorità civiili e militari, l’ANPI provinciale e quel vecchio di Narni, che confuso nella folla, cerca di mantenere l’anonimato.
Orazio, dopo anni do oblio, riscopre il calore della sua terra e l’affetto dei propri cari. La città di Misterbianco, che aveva perduto un figlio, ritrova invece un Eroe.

Tratto dal volume “Dal fascismo alla Repubblica” Autore Prof. Sergio Bellezza