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L'intervento del Presidente nazionale ANPI al convegno "La Resistenza di Rom e Sinti ad Auschwitz-Birkenau"

Ho letto che tutto iniziò verso le 19 del 16 maggio 1944, quando alcune SS entrarono in quelle baracche, e si trovarono davanti i rom armati di coltelli, pietre, piedi di porco, pale. Le famiglie rom non lasciarono le baracche. Fu una sollevazione con scontri fisici, e qualche raffica di mitra. Davanti a una rivolta che poteva contagiare l’intero campo, i non rom, i gagè con la svastica, indietreggiarono. Il luogo era Auschwitz-Birkenau, in particolare lo Zigeunerlager, il campo degli zingari, quelli tatuati con una Zeta e col triangolo nero sulla casacca: gli asociali. Bisognava fare spazio agli ebrei ungheresi nella città della morte. Occorreva eliminare le famiglie rom, ma queste avevano avuto una soffiata sul loro immediato destino e si ribellarono. Il massacro fu sospeso. Meglio, rimandato al 2 agosto. Ma in quel 16 maggio gli untermenschen, i subumani, si ribellarono. Persino in quelle condizioni, stremati e decimati dalla fame e dalle malattie, quelli con la Zeta tatuata si ritrovarono uomini e donne a difesa disperata della vita e della dignità della persona. Nei mesi precedenti erano avvenute, quasi sempre senza successo, diverse decine di tentativi di evasione dal lager.
Ad Auschwitz erano stati deportati migliaia di rom. Era il campo dove operava Méngele, di cui ricordo soltanto i mortali esperimenti sui bambini rom, preferibilmente gemelli. Non mi soffermo sulle atrocità.
L’assistente di Méngele scrisse che, quando il 2 agosto i rom furono mandati nelle camere a gas, vennero distribuite razioni di pane e salumi per far credere che dovevano essere trasferiti in un altro campo. Uno stratagemma per non seminare il panico. Funzionò alla perfezione. I crematori lavorarono a lungo. 
Il 16 maggio rimane perciò una data il cui messaggio simbolico non è soltanto “è giusto ribellarsi” ma è anche, in alcuni casi, “è necessario ribellarsi”. Non vi nascondo che mi ha stupito leggendo l’importante volume di Gunter Lewy sulla persecuzione nazista degli zingari, scoprire che, su 328 pagine, lo spazio dedicato alla rivolta del 16 maggio è di 14 righe; e mi ha stupito leggere, al termine di un lavoro comunque prezioso e documentato, che secondo l’autore le deportazioni degli zingari ed il loro sterminio non possono considerarsi atti di un genocidio. Mi limito a ricordare le due parole rom che indicano quegli eventi: Porrajmos, grande divoramento; Samudaripen, tutti morti, sterminio di tutti, come mi ha spiegato Gennaro Spinelli
Lo sterminio fu preceduto dalla persecuzione: nel ’35 ci furono le leggi di Norimberga che privarono i rom della cittadinanza e del diritto di voto. Nel ’38 iniziò la deportazione nei campi di concentramento. Nel ’41 si avviarono le pratiche di sterilizzazione. Nel ’42 Himmler ordinò di spostare i rom dai campi di concentramento ai campi di sterminio.
Si sa che il pregiudizio contro i rom era plurisecolare. Scrive Joan Rudiger, uno studioso illuminista del ‘700, che nel passato “si perseguitò ovunque gli zingari come nemici, li si mise al bando, li si cacciò e uccise come animali selvaggi (…) ma con tutto ciò non si fu soddisfatti, li si trattò tutti come ladri e briganti, ma neppure questo fu sufficiente, e con un infantile odio nazionalistico si allestirono per tutto il Paese dei patiboli esclusivi per zingari”. Rudiger aggiunge che “alla fine si è progressivamente fatta marcia indietro riducendo i sacrifici umani e rispettando l’umanità”. Ma in realtà la persecuzione continuò, in particolare in Germania. I rom erano ritenuti “ariani degenerati” e fin dal 1500 si affermava che non erano esseri umani a pieno titolo. Nel Settecento in alcuni territori della Germania i bambini rom sotto i 10 anni erano strappati dalle famiglie e affidati, si scriveva, a famiglie di buoni cristiani per essere allevati convenientemente. Noto un paradossale contrappasso, quando si dice nella tradizione popolare che gli zingari rapiscono i bambini e poi si scopre che i gagè erano quelli che rapivano i bambini rom.
La rivolta del 16 maggio. In realtà migliaia di rom parteciparono alla resistenza armata contro il nazifascismo in Italia e in Europa. Qui mi preme ricordare nella Resistenza europea, le donne come infermiere, staffette e vedette, gli uomini in armi durante la guerra di Spagna, a difesa della Repubblica, e poi in Slovenia, Croazia, Serbia, Macedonia, Montenegro, Bosnia-Erzegovina, Slovacchia, Polonia, Francia, Unione Sovietica, come ci ricorda Chiara Nencioni. E il popolo romanì pagò un prezzo altissimo in particolare nei Paesi dell’est Europa.
Non mi posso dilungare sulle vicende che videro protagonisti i partigiani rom e sinti in Italia. Mi limito a dire è che fanno parte a pieno titolo di questa storia, la storia della Resistenza italiana, seconda solo a quella jugoslava, dove si unirono in gran numero ai partigiani di Tito.
I partigiani rom erano nella lingua romanì i ciriklè, gli uccellini; i fascisti erano i kasténghere, quelli del manganello. 
A proposito di lingua ricordo che nell’articolo 6 della Costituzione si dichiara che “la Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”. Eppure nella legge 482 del 1999 da queste minoranze si esclude consapevolmente la minoranza romanì e, nonostante tanti disegni di legge tesi a modificare il testo del ’99, non si è ancora riusciti a conquistare questo diritto costituzionale. E leggo a proposito motivazioni sconcertanti per cui rom e sinti non rientrerebbero nelle minoranze linguistiche in quanto non vivono su un territorio ben definito e non hanno uno Stato nazione di riferimento, entrambi elementi del tutto estranei al testo della Costituzione.
Ma sappiamo bene che il problema che abbiamo davanti è il pregiudizio dello stereotipo. Come ho detto lo scorso anno in questi giorni durante un importante convegno dell’UCRI, nell’intervista che si può ascoltare sul sito Noi Partigiani, Erasma Vincenzina Pevarello, staffetta, di famiglia orgogliosamente antifascista e partigiana, alla domanda “Dopo la guerra c’è stata qualche volta che ha pensato “ma chi me lo ha fatto fare?”. Vincenzina risponde: “Tante volte, purtroppo. Ci hanno maltrattato sempre”.  
Ecco, questo è il problema che, vedete, non è un problema del popolo romanì; è un problema di tutti noi, del Paese e per molti aspetti dell’Europa. Perché? Perché lo stereotipo impedisce l’attuazione piena dell’art. 3 della Costituzione che recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. 
Ma sappiamo bene che non c’è mai stata una reale parità sociale dall’ultimo dopoguerra. Non solo: la legge sul giorno della memoria, che pure riconosce il 27 gennaio come data dell'abbattimento dei cancelli proprio di Auschwitz, non comprende la memoria del Samudaripen. Se tutto ciò era vero ieri, oggi è peggio. La legge è del 2.000. Ma da anni stiamo assistendo a tentativi, alle volte ambigui, altre volte sfacciati, di riscrivere la storia del fascismo, della Resistenza e della seconda guerra mondiale. 
Ancora: siamo in presenza di un continuo peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro della grande maggioranza dei cittadini; milioni di famiglie non arrivano alla fine del mese, e le previsioni sono allarmanti; leggevo che per l’agenzia di rating Moody’s l’incremento del PIL del Paese nel 2026 oscillerà fra un + 0.4%, cioè una quasi stagnazione, a un - 0.3%, cioè una recessione.  
Ebbene, in questo scenario assistiamo da tempo a una costante crescita di potere di oligarchie o di multinazionali o addirittura di singoli inquietanti personaggi che uniscono il possesso di tecnologie avanzatissime a sconfinate ricchezze, da Peter Thiel a Elon Musk. Non è mai esistita nella storia dell’umanità una così grande concentrazione privata di potere e di denaro. 
Da quel 16 maggio sono passati 81 anni. Eppure assistiamo - diciamoci la verità, non giriamoci attorno - a una nuova barbarie: i fascismi, la guerra, gli eccidi, i genocidi. Non conta più il diritto, ma solo la legge del più forte e l’apologia della violenza. Ci si vanta di assassinii e di stermini e se ne minacciano ulteriori. Si praticano ricatti economici e sanzioni letali.
È una postmodernità che con questi personaggi e i loro politici di riferimento manifesta il suo volto più cupo, che alcuni chiamano anarcocapitalismo, tecnofascismo, fanatismo tech, transumanesimo. In sostanza si irride la democrazia e si vuole espellere i popoli dalla scena della politica. Forse c’è una parola più semplice per nominare questi fenomeni di questa postmodernità autoritaria; possiamo chiamarli fascismi nuovi. 
Allora si disse “Mai più!”, ma sembra un messaggio dimenticato. Eppure la vicenda drammatica e gloriosa di quel 16 maggio ci conferma che è necessario ribellarsi. Nonostante tutto. 
Lo abbiamo visto con le grandi manifestazioni per Gaza, una rivolta morale che ha coinvolto e coinvolge più generazioni, ma in particolare i giovani. Lo abbiamo visto il 25 aprile di quest’anno, caratterizzato da una mobilitazione di popolo in tutto il Paese che è stata la più grande di questo secolo, anche se potentemente oscurata dai media. Sono indicatori di un ritorno della partecipazione, di una volontà collettiva di difesa dei valori costituzionali e quindi dell’antifascismo come cemento ideale della comunità che si riconosce nella Costituzione.
Credo che dobbiamo avere coraggio, nelle istituzioni e nella società.
Nelle istituzioni, chiedendo alle forze politiche di adeguare le leggi alla Costituzione, a cominciare dalla riforma della legge 482 e della stessa legge sul Giorno della memoria, e di introdurre nel calendario civile lo specifico ricordo del Samudaripen, come è già stato deliberato da diversi comuni, fra cui Napoli, Cagliari, Caserta. 
Nella società, con un impegno di riforma culturale che contrasti pregiudizi e stereotipi, a partire dall’idea di rispetto delle culture altre, e cioè da un’integrazione che non sia negazione dell’identità dell’altro. Pregiudizi e stereotipi. Per poi scoprire che al tempo della società dello spettacolo tante personalità famose sono di origine romanì. Leggevo, solo per fare due esempi, che Charlie Chaplin era di madre rom del Regno Unito, e che Yul Brinner, russo di Vladivostok di origini rom e ebraiche, fu presidente onorario dell’Unione mondiale Rom. 
Da dove partire, meglio, dove trovare il punto di leva per cambiare, se non dalle giovani generazioni? Dobbiamo una risposta a Erasma Vincenzina Pevarello, dimostrare nei fatti che ne è valsa la pena, che la democrazia costituzionale è anche, forse in primo luogo, una rivoluzione dei rapporti sociali, delle culture dominanti, è una liberazione continua da ogni pregiudizio. Tocca alle forze politiche e alle forze sociali. Ci tocca. 
È vero, la cultura del popolo romanì ha una tradizione prevalentemente orale. Ma forse il linguaggio dominante sia dal punto di vista della sua identità e della sua coesione sociale, sia dal punto di vista dei rapporti con i gagè, non è la scrittura delle parole, ma la musica, e nella musica, in quella musica possiamo ritrovare la memoria di una persecuzione plurisecolare e del tentativo genocida del nazismo. Poi c’è anche la scrittura, ma in particolare nella forma di poesia.
Scrive Rasim Sejdic
Hanno calpestato il violino zigano    
cenere zigana è rimasta,    
fuoco e fumo salgono al cielo.    
Scrive Paula Schöpf
Olocausto dimenticato
Chi sono? Nessuno! Tu chi sei? Nessuno! Voi Sinti chi siete? Nessuno! solo ombre, nebbia! Nebbia che per abitudine è  rimasta prigioniera della più grande infamia della storia dell’uomo!
E infine Santino Spinelli
Ascolta, ascolta, stellina,/candelina del mio Dio,/ 
e tu, uccellino nero,/ 
nero uccello di lutto e cieco,/
porta lontano per me questa lettera/ 
e se non puoi portarla/ 
che è pesante, piena di dolore,/
allora spiega le ali/ va dai miei fratelli e narra/ 
che qui c’è un grande forno, 
che il cielo è diventato fumo,/ 
ed ha annerito la buona terra./ 
Va a dire agli uomini/ quale sventura colpisce i Rom.
Eccolo, in tutti questi versi, il Samudaripen; è necessario ribellarsi; eccolo, il 16 maggio 1944.

GIanfranco Pagliarulo - Presidente nazionale ANPI

Firenze, 16 gennaio 2026